I dispersi / Les égarés

Qui le nostre case non hanno mobili
né nomi ai campanelli.
Piuttosto: hanno altri nomi, più antichi e certo più consoni
a far casa di queste quattro mura.
Non vale niente grattare l’oro,
non si sfarina la memoria dalle placche di rame:
severa come pietra d’inciampo,
una lettera perduta la ribadisce,
pungendoci le dita,
un mattino qualunque,
dal buio della cassetta.

Qui le strade hanno nomi di battaglie
delle quali ignoriamo l’esito
ma che ci videro quasi certamente sconfitti.
In questi parchi di periferia,
nelle piazze, nei bar, negli slarghi inauditi
illuminati dai radi lampioni,
la nostra lingua è costantemente sotto assedio,
insidiata ad ogni angolo di frase da dialetti ed impliciti
e ridotta alla scarna tristezza dell’uso
che ne fa strumento per avere cose.

Talvolta la presenza degli altri
brucia l’aria e plana e cammina quasi,
a passo sereno, sul nostro stesso marciapiede:
qualcosa di comune che non abbia bisogno di parole
né di spezzarsi
per trovarsi condiviso. 

 

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